Una Promessa non pronunciata ma intensamente vissuta

Adriano Ossicini non ha mai fatto parte degli scout, non ha mai indossato il cappellone, il camiciotto coi distintivi, né il fazzolettone. Non ne aveva avuto l’opportunità perché, all’età in cui avrebbe potuto entrare formalmente nella nostra tribù, il regime aveva soppresso le associazioni giovanili che perseguivano ideali e percorsi educativi avversi ai suoi obbiettivi totalitari e massificanti.

Adriano era figlio primogenito di Cesare Ossicini, avvocato, fondatore con don Sturzo del Partito popolare, dirigente dell’Azione cattolica, cofondatore e poi presidente della Federazione delle Associazioni Sportive Cattoliche, in seno alla quale nel 1916 nacque l’ASCI, di cui fu il primo Vice Commissario Centrale. A lui si devono i  versi dell’inno associativo “Passa la gioventù”, pubblicato su “L’Esploratore” del 13 luglio 1919. Persona coltissima e di profonda umanità, fervente cattolico e apertamente antifascista perseguitato dal regime, Cesare aveva trasmesso, soprattutto con l’esempio, queste connotazioni ai propri otto figli. Purtroppo, a soli 51 anni, un ictus lo colpì e in poche ore spirò.

Adriano Ossicini aveva allora 17 anni. Per accelerare gli studi decise di sostenere da privatista la maturità classica, riuscendo ad iscriversi alla facoltà di medicina con un anno di anticipo. Per avvantaggiarsi ulteriormente chiese e ottenne di praticare il volontariato all’ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, dividendo le sue giornate tra la frequenza alle lezioni, lo studio e i turni ospedalieri. Pur tuttavia riusciva a trovare il tempo per le sue grandi passioni, la musica classica e la pratica sportiva, in cui, fisico asciutto e longilineo, eccelleva nel ciclismo, nel podismo e nel calcio.

La sua più innata propensione, oltre che per la medicina, fu per la politica, intesa come mezzo per il perseguimento del bene comune. Le prime esperienze in campo politico si avverarono in ambito FUCI. Già nel 1938, matricola di medicina, al congresso della Federazione a Orvieto espresse apertamente il suo dissenso sulla collusione tra Chiesa e fascismo dopo i Patti Lateranensi, dichiarando dalla tribuna: “Un cattolico, se vuol essere serio, deve combattere il fascismo”. Venne subito arrestato, portato in Questura e schedato. Al successivo Congresso di Genova ribadì la posizione; il fatto gli costò l’espulsione dalla FUCI. Ciò non gli impedì le frequentazioni di esponenti democristiani, tra cui Spataro, Andreotti, Gonella e De Gasperi. I suoi incontri di allora non si limitarono all’ambiente cattolico, ma compresero anche laici di area liberale, come Calogero e Cattani, nonché filo-marxisti quali Tatò, Ingrao, Lombardo Radice, Bufalini, Trombadori.

Nel 1939 Adriano Ossicini aveva fondato il partito della “Sinistra Cristiana”. Arrestato, subì un pesante interrogatorio nelle sede del PNF a Testaccio. Nel 1941 con Franco Rodano e don Paolo Pecoraro formulò un “Manifesto del Movimento cooperativista”, in cui si sosteneva la necessità di un immediato impegno dei cattolici contro il fascismo e si tentava di conciliare i concetti di proprietà e di libertà con quelli di un socialismo umanitario. Don Paolo Pecoraro era assistente e animatore di un Riparto scout clandestino che aveva sede presso la chiesa di San Marco, incastonata nel complesso di Palazzo Venezia, insomma proprio sotto la scrivania del Duce! Inoltre Don Paolo faceva parte del gruppo dirigente che preparava la rinascita dello scautismo in Italia durante la Giungla Silente e fu attivo partecipe della ripresa.

Nel 1942 il sodalizio di Rodano e Ossicini prese il nome di Movimento dei cattolici comunisti. Pubblicava un giornale, “Pugno chiuso”, stampato in una tipografia clandestina, i cui piombi furono procurati da don Ettore Cunial, futuro arcivescovo e AE Centrale dell’ASCI dal 1954 al 1969. In seguito il giornale cambiò la testata in “La Voce Operaia”.

Il 18 maggio 1943 Ossicini venne nuovamente arrestato e violentemente bastonato. Il Vaticano avrebbe potuto intercedere se lui avesse chiesto la grazia. Rifiutò, ma tuttavia il 23 luglio venne rilasciato in attesa di essere inviato al confino, evenienza scongiurata dopo il 25 luglio. Fu ricevuto da Pio XII che lo ammonì severamente. Ma lui non desistette e continuò l’attività politica intrapresa, pur non aderendo agli inviti della Dc e del Pci a iscriversi.

Dall’8 al 10 settembre collaborò con il generale Carboni e con Luigi Longo a trovare armi e partecipando attivamente agli scontri a Porta San Paolo nella improvvisata difesa di Roma, abbandonata a se stessa da un re fellone e dai suoi degni sodali. Quando le sorti della battaglia volsero al peggio per l’intervento di mezzi corazzati tedeschi, guidò in salvo i sopravissuti attraverso il cimitero acattolico e il Campo di Testaccio.

Iniziò per lui l’attività clandestina e divenne membro della giunta militare del CLN, in rappresentanza del Partito Democratico dei Lavoratori.

Al Fatebenefratelli realizzò un’azione umanitaria clamorosa, beffando l’occupante nazista. Durante la razzia del ghetto dell’ottobre 1943, d’accordo con il primario prof. Borromeo, allestì nei fondi dell’ospedale un reparto d’isolamento che accoglieva persone affette dal contagiosissimo e letale “Morbo di K”. Un allarmante cartello affisso all’ingresso teneva lontane le SS. Beffardamente, la “K” che specificava l’immaginaria sindrome era riferita a Kesselring e Kappler. Furono salvati, alcune decine di ebrei e numerosi ricercati.

In via Po aveva allestito un centro messo a disposizione da monsignor Sergio Pignedoli (futuro AEC dell’ASCI dal ‘44 al ’51, poi nunzio apostolico e cardinale), in cui venivano nascosti e curati partigiani feriti, ebrei, fuggiaschi.

Adriano operò in montagna, costituendo una formazione, forte di oltre mille partigiani combattenti, per azioni di guerriglia nell’Alto Lazio e nelle Marche. I nazi-fascisti avevano posto un’elevata taglia per la cattura del capo della “Banda Ossicini”.

Ossicini si impose affinché le forze della Resistenza controllassero il delicato momento dell’ingresso degli alleati in città. Così la Giunta Militare organizzò l’uscita dei tedeschi dalla città e l’entrata degli americani sotto il controllo dei partigiani muniti di fascia tricolore al braccio. “Non si verificò neanche un piccolo atto di violenza”, ricordava soddisfatto anni dopo.

Per il suo valoroso e fattivo contributo di combattente per la libertà, Adriano Ossicini è stato insignito della Medaglia d’argento al valor militare.

Dopo la liberazione di Roma il ventiquattrenne Adriano poté dedicarsi più assiduamente al completamento degli studi. Laureatosi con lode alla fine del 1944, Ossicini fu subito ammesso come assistente volontario all’ospedale Fatebenefratelli. Seguendo la sua propensione professionale, si iscrisse ai corsi di specializzazione in psichiatria e in malattie nervose e mentali. Nel 1947 divenne docente di psicologia all’Università La Sapienza di Roma e lasciò il Fatebenefratelli. Nello stesso anno fondò a Roma il primo Centro medico psicopedagogico d’Italia.

In politica Adriano Ossicini mantenne sempre una ferrea indipendenza. Durante la campagna referendaria e elettorale per la Costituente scrisse per l‘Unità un articolo in cui ribadiva la sua posizione contraria ad un unico partito dei cattolici, sostenendo la libertà di coscienza degli stessi. Lo scritto suscitò reazioni accese da parte di De Gasperi e soprattutto del Vaticano (Ossicini fu addirittura sospeso dalla Comunione, sanzione revocata da Pio XII alla fine del ’46). Ma anche dall’opposto fronte politico giunsero aspre critiche: Togliatti s’infuriò e gli disse “Non sono d’accordo su quello che hai scritto sul nostro giornale in piena campagna elettorale … Non voglio avere guai con la Chiesa proprio adesso”.

Dopo il 1946 Ossicini, pur mantenendo i contatti, lasciò la partecipazione attiva in politica per dedicarsi alla professione, all’insegnamento e alla ricerca, che lo porteranno ad affermarsi come uno dei maestri della psicologia e della psichiatria a livello internazionale. Nel 1968 Ossicini rientrò in politica e fu eletto al Senato come indipendente nelle liste del Pci. Per altre cinque legislature venne riconfermato a Palazzo Madama, della cui assemblea fu vice presidente dal 1985 al 1987. A lui si deve la legge per l’istituzione dell’Ordine degli psicologi, approvata nel 1989. Fu presidente del Comitato nazionale per la bioetica dal 1992 al 1994. Nel governo Dini, dal 1995 al 1996 rivestì la carica di ministro per la famiglia e, su sua indicazione, per la solidarietà sociale. Nel 1996 fu rieletto per l’ultima volta al Senato nella lista di Rinnovamento Italiano.

Nei confronti della Chiesa Ossicini coniugava in felice sintesi la sua fede cattolica con gli ideali di umanità, giustizia ed eguaglianza, miranti al bene comune e alla promozione umana. È quindi intuibile l’entusiasmo con cui accolse la ventata innovatrice del Concilio Vaticano II. Più volte fu ricevuto da Giovanni XXIII e in seguito da Paolo VI, la cui frequentazione era iniziata ai tempi della FUCI. Per Papa Francesco nutriva una profonda ammirazione: parlandone, talvolta interrompeva il suo discorso e, entusiasticamente, mi diceva “Abbiamo un grande Papa!

Ossicini ha pubblicato numerose opere scientifiche e storico-politiche. La sua opera più citata è Un’isola sul Tevere – Il fascismo al di là del ponte, un’autobiografia degli anni 1937-47 che, muovendo dalle prime esperienze al Fatebenefratelli, racconta gli episodi della sua partecipazione politica e combattente, inquadrandoli negli eventi e tra i personaggi della Resistenza romana e nazionale.

Figlio di Bianca Paola Torriglia, genovese di antica casata e vasta cultura, Adriano ne serbava un dolce ricordo. Era molto interessato a conoscere tradizioni e curiosità riguardanti Genova. Si definiva “romano-genovese”. A poche ore dal crollo del ponte Morandi ricevetti una sua telefonata in cui espresse la sua solidarietà e il suo cordoglio per la città: “Come figlio di madre genovese, sono molto rattristato …

Lo scorso 15 febbraio, in prossimità dei 99 anni, le conseguenze di una banale caduta domestica hanno posto fine a una splendida esistenza dedicata al bene comune.

Non aveva mai portato il fazzolettone né il giglio in petto, non ne aveva avuto l’opportunità. Eppure ha sempre mantenuto una Promessa non pronunciata, ma lealmente e intensamente vissuta.

Franco Savelli

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