Articolo tratto da AVVENIRE

di Antonio Maria Mira

La scout sulla banchina: mi sembra di rivivere gli arrivi del 2013.

«È stato una sbarco brutto, troppa sofferenza. La situazione è peggiorata, mi è sembrato di rivivere i primi sbarchi del 2013. Più violenze, più traumi. Tutti subiti in Libia. I migranti erano molto scossi. Anche gli uomini. Nessuno sorrideva ». Così Bruna Mangiola, scout del Masci e responsabile del Coordinamento ecclesiale sbarchi della diocesi di Reggio Calabria, racconta lo sbarco di 764 persone avvenuto tra sabato e domenica. L’ultimo c’era stato il 6 luglio, poi una lunga pausa. Fino a due giorni fa quando dalla nave Diciotti della Guardia costiera è sbarcato nuovamente il dramma.

«Sono arrivati anche 8 cadaveri, affogati. Anche la mamma di una bambina che ora è rimasta sola con la zia». Oltre i morti anche 25 persone ricoverate urgentemente con ustioni gravissime e tante altre con ustioni meno gravi. Sono gli effetti del viaggio e dei naufragi («Un gommone si è spezzato in due»). Ma di questo non hanno voglia di parlare. «Non riescono a raccontare il viaggio. Dicono solo che sono stati in mare da tre a cinque giorni. Ti raccontano invece quello che hanno subito in Libia. Sono terrorizzati dal ricordo delle prigioni. Un tempo le chiamavano ‘campi’ ora le chiamano proprio prigioni. Ci sono stati per mesi, soprattutto le ragazzine. Il viaggio per loro è una liberazione ». Su cosa stia succedendo nel Paese nordafricano Bruna ha le idee molto chiare.

«In Libia non tutti sono stati pagati. È stata accontentata solo una parte. Chi ha avuto e chi no. Così ci sono gli scontenti. E allora o chiedono altri soldi o aprono i porti e li fanno arrivare. Non è vero che non arrivano. Faranno di tutto. Chi li ferma? L’esodo chi lo ferma?». Ma il dramma sono soprattutto le condizioni in cui sbarcano.

«Quando arrivavano di frequente erano combinati meno peggio, perché comunque non sostavano a lungo in Libia. Il problema ora è la lunga sosta nelle prigioni che ormai sono diventate dei lager, dove succede di tutto, violenze, abusi, torture. Feriti nel corpo e nell’anima». E le storie che Bruna e i volontari hanno dovuto accogliere e consolare sono davvero terribili. «Una ragazza giovanissima era disperata. Pensava di essere incinta perché era stata abusata ripetutamente per giorni da gruppi di persone. Per fortuna non era incinta, però il danno che le hanno fatto è stato gravissimo, sia psicologico che fisico». C’era una donna che piangeva disperatamente dicendo che aveva perso in mare la bambina di cinque giorni.