Sembra una novità ma oggi sta nascendo la febbre del pellegrinaggio: sempre più persone vogliono fare una esperienza di cammino su percorsi che hanno come mete, luoghi di fede. Per noi scout questo si chiama “Route”, e abbiamo deciso di percorrere tutta la VIA FRANCIGENA DEL NORD, che si trova in territorio italiano, in tappe di una decina di giorni: arriveremo a Roma nel 2012. Vedi locandina nel nostro sito: www.masci.it Uno dei più noti percorsi è quello detto “di Sigerìco”. Ha inizio in Inghilterra, a Canterbury, la città dove il monaco Agostino, inviato da Papa Gregorio Magno per convertire gli Angli, aveva fondato la prima abbazia benedettina d'Inghilterra e dove più tardi sorgerà il santuario del santo Vescovo Thomas Becket. Il percorso attraversa poi per intero la Francia, dove a Pontarlier alla Francigena vi confluisce il braccio proveniente dalla Germania. La strada attraversa poi la Svizzera, supera le Alpi al passo del Gran San Bernardo ed entra così in Italia percorrendo la Valle d'Aosta ed il Piemonte. A Vercelli vi convergono i percorsi, pure importanti, che provengono dal Moncenisio e dal Monginevro; quest’ultimo conduce anche a Santiago di Compostela in Spagna, terza importante mèta dei pellegrini di fede cristiana. Da Vercelli si prosegue in Lombardia e, attraversato il Po, si attraversa poi l'Emilia, la Lunigiana e la Toscana, il Lazio settentrionale per raggiungere finalmente Roma, cioè la tomba dell'Apostolo Pietro e la vera immagine di Cristo, la “Vera Icona”, la "Veronica nostra", come la definisce Dante. Ma prima di scendere in S.Pietro, dalla sommità di Monte Mario i pellegrini potevano scorgere per la prima volta la Basilica, e lì si inginocchiavano intonando l'inno "o Roma nobilis Orbis es domina / Cunctarum urbium excellentissima...". Ecco perché Monte Mario fu chiamato nel Medioevo "Mons Gaudii" / "Montjoie" (cioè Monte della gioia), in antico francese, come nel poema Ami et Amile del celebre ciclo delle Chanson de geste risalente al 1000-1100, o "Feginsbrecka", come nella memoria scritta in antico norvegese, da Nikulas di Munkathvera, abate del monastero islandese di Thingor che fra il 1151 e il 1154 intraprese un lunghissimo viaggio che lo condusse a Roma e poi in Terrasanta. Infatti i più coraggiosi o i più resistenti fra i pellegrini, dopo Roma, proseguivano per Gerusalemme verso il Sepolcro di Cristo. Dante li distingue con nomi differenti secondo la destinazione del loro pellegrinaggio: "...chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma... chiamansi romei in quanto vanno a Roma”. Questa strada dei pellegrini romei come grande direttrice viaria, comincia ad essere documentata nella prima metà dell'VIII secolo, nell'Itinerarium Sancti Willibaldi, ma quello che oggi consideriamo il tracciato fondamentale della Via Francigena ci è stato tramandato dalla scarna ma precisa memoria di viaggio di un Arcivescovo di Canterbury, Sigerìco. Sigerìco infatti era venuto a Roma nel 990 per ricevere l'investitura di Arcivescovo dalle mani del Pontefice Giovanni XV. Sulla via del ritorno in patria, redasse un diario di viaggio intitolato “De Roma usque ad mare”. Impiegò circa tre o quattro mesi per percorrere le mille miglia che separano Canterbury da Roma e registrò tutte le ottanta tappe da lui superate, cioè le località dove si trovava un monastero, un santuario o un ospizio per l'alloggio dei viandanti. I pellegrini viaggiavano a cavallo ma più spesso a piedi, le strade erano selciate in maniera rudimentale e i pericoli gravissimi, il passaggio delle Alpi molto difficoltoso e gli assalti da parte di banditi o di popolazioni straniere frequentissimi. Ecco perché coloro che si mettevano in viaggio, facevano prima testamento. "Tra gli episodi più cruenti", è scritto nel catalogo della mostra che è stata ospitata recentemente a Castel S. Angelo, "va ricordata la distruzione dell'abbazia di Novalesa (Moncenisio), il massacro dei pellegrini diretti a Roma ed il rapimento di S. Maiolo, abate di Cluny, catturato nel 972 presso il Gran San Bernardo dai Saraceni". Si sviluppò perciò la costruzione di fortificazioni sul percorso della Francigena: il castello di Fenis in Val d'Aosta, era un rifugio per chi proveniva dal Gran San Bernardo, l'abbazia ospizio di S. Michele della Chiusa in Piemonte era un riparo per i viaggiatori che provenivano dal Moncenisio e dal Monginevro. In Lombardia, Pavia, dopo essere stata sede dei re longobardi, era stata devastata dagli Ungari, ma già verso il 1050 era divenuta comune floridissimo e poteva offrire una pausa sicura al lungo andare. Nei pressi di Piacenza in Emilia si attraversava il Po; Fidenza ( " Sancte Domnine" XXXVI Submansio nel diario di Sigerìco) era un'altra tappa dei pellegrini; Berceto (nella cui pieve si conservano reliquie di santi francesi e tedeschi) era l'ultima tappa sulla strada romea prima del Passo della Cisa, che conduceva alla verde Lunigiana. Il Passo della Cisa anticamente era chiamato "Passo di Monte Bardone" e Via di Monte Bardone (Mons Langobardorum) fu il primo nome di quella che poi, quando alla dominazione longobarda si sostituì la dominazione franca, sarà chiamata "via Francigena" (strada dei Franchi) o "via Romea". Dalla Biblioteca Palatina di Parma proviene una miniatura con "Il miracolo di S. Giacomo" che porta in groppa al suo cavallo bianco due pellegrini stanchi del lungo viaggio. A Pontremoli la chiesa di S. Giorgio svolgeva funzioni di ospizio. A Lucca i pellegrini potevano venerare il Volto Santo. S. Gimignano (Sancte Gemiane nell'Itinerario di Sigerico), Poggibonsi, Siena erano altre tappe della via Francigena come pure S. Quirico; Radicofani era un punto pericoloso per gli agguati che si potevano presentare, tesi dall'alto della rocca. Ad Abbadia S. Salvatore sulle pendici del monte Amiata si conservava un reliquario scotoirlandese dell'VIII secolo nonché il famoso Codex Amiatinus (ora nella Biblioteca Laurenziana a Firenze), cioè una monumentale Bibbia inglese dello stesso secolo, che l'abate Ceolfrido, fondatore. di Wearmouth e Jarrow (nella Northumbria) intendeva portare personalmente in dono a Papa Gregorio II, ma che, a causa della morte del vecchio abate durante il viaggio, a Roma non giunse mai. A Monteriggioni, a S. Gimignano, a Pieve d'Elsa rimangono ancora tracce del selciato dell'antica strada medievale. Presso Poggibonsi l'ospedale gerosolimitano di S. Croce di Torri offriva ospitalità ai viandanti, e ad Altopascio i frati della congregazione ospitaliera del Tau provvedevano anch' essi alla loro assistenza: l'abbazia di Altopascio era talmente nota che, come narra Piero Bargellini, "i pellegrini francesi si munivano a Parigi, della tessera d'ingresso". Le ultime tappe del lungo peregrinare erano Acquapendente, Bolsena, Montefiascone, con la chiesa di S. Flaviano (in questi tratti si cammina su originale basolato romano), Viterbo, Sutri, Baccano, La Storta (che Sigerìco chiama Johannis VIIII, poichè al nono miglio della via Cassia esisteva un'antica chiesa chiamata San Giovanni in Nono). Tracce delle leggende delle celebri "Chansons de geste" sui conti-palatini di Carlomagno, portate dai pellegrini francesi, erano diffuse non solo nell'Emilia, ma anche nel Lazio, dove si narrava che Sutri fosse il luogo natale di Orlando. Dalla via Cassia si staccava la via Trionfale e i "romei" spesso preferivano percorrere quest'ultima strada poiché la Cassia nell'ultimo tratto era sovente allagata dalle piene del Tevere, e sulla Trionfale raggiungevano il punto culminante di Monte Mario, il Mons Gaudii, di cui abbiamo detto all'inizio, dove più tardi, nel 1350, il Vescovo Ponzio Perotti farà costruire la chiesa della S. Croce (o Cappella del SS. Crocifisso), demolita alla fine dell'Ottocento. Poi, discendendo dal colle, incontravano la chiesetta di S.Lazzaro dei Lebbrosi, ancora esistente, cui era annesso il più antico lazzaretto d'Europa, e proseguendo per quel tratto che costituisce l'odierna via Leone IV, e per la via S. Pellegrino (ora nell'interno della Città del Vaticano), attraverso la porta Sancti Petri (o Viridaria o Aurea), ancora esistente ma sempre chiusa, raggiungevano la basilica di S. Pietro che li avrebbe accolti fra le sue materne braccia. La Bolla di Bonifacio VIII del 22 febbraio 1300 diede il riconoscimento ufficiale ai pellegrinaggi spontanei che datavano già, come abbiamo visto, da parecchi secoli addietro, istituendo il Giubileo, l'Anno Giubilare di Mosè, che nel nome stesso, come scrisse Bargellini, richiama la gioia, l' appello a tutte le genti, la remissione dei debiti, dei peccati. Percorrere a piedi la Via Francigena è una grande opportunità per riscoprire una parte importante del nostro passato e rivivere le esperienze e le emozioni dei pellegrini che vi sono passati prima di noi. Questa Via, con il traffico di persone, eserciti, commercianti, nobili e sbandati, materiali e oggetti disparati, ha contribuito fortemente alla costruzione dell’Europa. Il Consiglio d’Europa l’ha dichiarata “Grande Itinerario Culturale Europeo” ed ha stanziato molte risorse per il suo recupero e rilancio. Col passare dei secoli i pellegrini provenienti da altri territori entravano in Italia da Ventimiglia o dal Passo dello Spluga o dal Brennero o da Dobbiaco, da Tarvisio e da Trieste. Poi, per motivi di guerre, gabelle di transito, alluvioni, maltempo, cercavano altri percorsi e quindi si è creata una “rete di vie”, tutte conducevano a Roma. Ma le antiche vie di pellegrinaggio non si fermano qui, a Roma. Sono alcune decine, le più note, che conducono a luoghi santi: ad esempio il “Cammino di San Francesco” da Assisi a Roma e il “Cammino dell’Arcangelo” o “Via Micaelica” che conduce a Monte S.Angelo in Puglia. Restando nel tema delle tre “peregrinationes maiores” Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela, a Roma provenivano pellegrini che sbarcavano sulle coste siciliane e calabresi e risalivano la penisola passando da Cosenza, Castrovillari, Salerno, Caserta e Cassino. I pellegrini ed i crociati che andavano o tornavano da Gerusalemme, sbarcavano a Brindisi e percorrendo la Via Appia-Traiana, passavano da Bari, Canosa di Puglia, Benevento, Caserta e Cassino. La riscoperta di queste antiche Vie e tutte le attenzioni e attività che si sono avviate, sono il frutto di un seme messo a dimora nell’anno del Grande Giubileo del 2000. Molte persone hanno riscoperto il valore della esperienza del pellegrinaggio a piedi, quella che noi chiamiamo “Spiritualità della strada”, ne hanno parlato con altri e così l’interesse si è esteso a macchia d’olio. Il MASCI si è speso in una grande attività di SERVIZIO ed ha dato esempio di stile e competenza per rivitalizzare la Via Francigena del nord e quello che è stato fatto è avvenuto perché alcuni AS ci hanno creduto e si sono impegnati con entusiasmo. Le altre Vie che ho menzionato sono lì ad aspettarci; altre associazioni ci stanno provando, ma come lo possiamo fare noi, esperti di Route, gli altri non lo fanno. Si tratta solo di crederci e capire che non lo facciamo per noi ma per i futuri pellegrini che vogliono ritrovare su queste strade valori oggi trascurati quali l’essenzialità, l’ospitalità, l’avventura, il senso della storia, la fede, il contatto con la natura. Luciano Pisoni: responsabile nazionale impresa MASCI “Via Francigena e Vie Romee”