“Mia forza e mio canto è il Signore…”

Un sole primaverile ha accompagnato il nostro quinto “Campo Bibbia” sulle pendici del Chianti. Tra le vigne spoglie ondeggiavano le chiome argentee degli ulivi e tutta la natura premeva per erompere in foglie e fiori al caldo sole di primavera. Qualche folata di tramontana scendeva dalle cime ancora innevate del Pratomagno rinfrescando l’aria annunciandoci l’ultimo soffio dell’inverno.

Abbiamo scandagliato il libro dell’ “Esodo” immergendoci nelle radici della storia del popolo ebraico. Da quel fango per fare mattoni, pestato e ripestato dai piedi degli schiavi, è nato un popolo grazie alla volontà di un Dio potente ed all’opera sofferta, ma risoluta, del grande Mosè.

Dio lo fa uscire dall’Egitto, lo affina nel deserto, gli dà la coscienza di popolo. Da una massa informe, da interessi particolari, nasce a poco a poco la consapevolezza di essere un unico popolo e di avere un unico scopo: portare avanti il messaggio di Dio agli uomini: di un Dio spirituale, presente nella storia; di un essere personale con cui si può parlare, al quale si può ricorrere sicuri della sua attenzione alla preghiera di ogni suo figlio. Di un Dio che possiamo irritare con i nostri atteggiamenti sconsiderati, ma che non è capace di nutrire rancore, di un Dio che ti attende nella sua tenda per colloquiare con te, darti la forza di andare avanti, risolvere i tuoi dubbi ed accompagnarti sul tuo cammino. Un Dio che vuole essere presente nel mondo, esserne protagonista insieme ad un popolo che porta il suo messaggio di speranza e di certezza per le popolazioni future. Un popolo che inizia il suo grande viaggio pasquale in mezzo a timori, a rimpianti, a ribellioni, a lamentele di ogni tipo, ma che con il tempo e con i sacrifici piano piano si affina, scopre un Dio inedito che prende parte alla sua avventura e, in testa, cammina verso la terra promessa. Un popolo che inizia la sua strada mormorando e la prosegue cantando.

Al termine del libro tale affinamento si materializza nell’immagine di Mosè che esce dalla sua tenda e va verso quella del Signore avvolta nella nube della Sua presenza per parlare con Lui e chiedergli lumi sul cammino del suo popolo. E tutti coloro che nei quaranta anni nel deserto lo avevano criticato, insultato, deriso, si fanno all’ingresso delle loro tende restando in silenzio e lo riconoscono finalmente come l’uomo di Dio, il Suo messaggero. Lo stesso popolo del mormorio, della ribellione, della critica si chiude in un silenzio reverenziale consapevole, finalmente, che Dio è in mezzo a loro. Marino

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